Il pescatore che ripulisce il fondale marino ogni settimana
Gennaro Esposito ha sessantadue anni, mani screpolate e un mestiere tramandato dal padre. Lo incontriamo al porto di Torre Annunziata, mentre ci racconta del rito che si ripete ogni sabato da oltre tre anni. Non è un'attività professionale, ma una scelta personale nata dopo aver visto aumentare i rifiuti sui fondali.
Quella che sembrava un'abitudine isolata è diventata un piccolo movimento. Pescatori, volontari della zona e qualche studente delle scuole vicine si sono uniti a lui, formando un gruppo che si ritrova con maschere, borse di rete e guanti.
L'iniziativa si inserisce in un contesto fatto di reti civiche e associazioni che cercano di restituire respiro a tratti di costa soffocati dalla plastica. La voce di Gennaro si aggiunge a quelle dei gruppi ambientalisti locali, offrendo uno sguardo ravvicinato su ciò che davvero galleggia o affonda nelle reti.
A parlare con lui si capisce subito che il rapporto con il mare non è mai stato solo economico. È una questione di cura, di memoria e di un equilibrio che, come spiega, si può perdere in una sola stagione di incuria.
Le origini di un impegno silenzioso
Tutto è cominciato con una rete strappata. Mentre recuperava le attrezzature danneggiate, Gennaro si accorse che sul fondo si accumulava di tutto: bottiglie, buste, pezzi di polistirolo, un copertone. La rabbia iniziale si trasformò in una decisione: tornare la settimana successiva con un sacco più capiente.
Col tempo l'abitudine si è affinata. Ha imparato a riconoscere i punti dove i rifiuti si concentrano di più, a leggere le correnti, a distinguere ciò che va rimosso da ciò che è meglio lasciare per non danneggiare la fauna. Una formazione sul campo diventata patrimonio condiviso.
Oggi la giornata inizia prima dell'alba, con il controllo della bombola, delle maschere e dei sacchi. Un amico sub gli ha insegnato le basi della sicurezza in apnea, perché pulire non significa esporsi a rischi inutili. La prudenza, racconta, è la prima forma di rispetto per il mare.
Un'immersione settimanale tra reti e plastica
Ogni sabato il gruppo si ritrova alla banchina. Le immersioni durano dai trenta ai novanta minuti, a seconda della visibilità. Non è una raccolta casuale: ognuno sa dove andare, cosa cercare, come segnalare la presenza di materiali pericolosi come ami persi o batterie.
I sacchi pieni vengono poi suddivisi a riva: plastica separata, vetro a parte, eventuali rifiuti speciali segnalati. Una piccola catena di smistamento che riduce l'impatto del recupero stesso, perché nulla finisce in discarica indifferenziata.
L'attività ha anche un valore sociale. Si parla, si scherza, si respira insieme. Per molti è l'unico momento della settimana in cui il rapporto con il mare diventa fisico e collettivo, lontano dalle immagini patinate delle spiagge turistiche.
Cosa emerge dalle acque del litorale
La plastica resta la protagonista. Bottiglie, tappi, sacchetti, involucri, reti abbandonate, lenze. Ma non mancano sorprese: pentole, scarpe, giocattoli, e oggetti che sembrano usciti da un altro decennio, a ricordare quanto il mare sia un archivio della nostra vita consumata.
Tra i ritrovamenti più curiosi, Gennaro ricorda una bicicletta arrugginita, una sedia da spiaggia e una statua di gesso. La varietà è la cartina al tornasole di una cultura dello scarto che non conosce confini né stagioni.
Per gestire al meglio questi materiali, i Comuni della zona hanno avviato nuovi strumenti come le isole ecologiche mobili, che permettono ai cittadini di conferire i rifiuti in punti diversi del territorio.
Pesci, poseidonia e l'equilibrio fragile del mare
Sotto la superficie la vita è più vulnerabile di quanto si pensi. Le reti abbandonate continuano a pescare per anni, intrappolando pesci, tartarughe e crostacei. La plastica, frammentandosi, entra nella catena alimentare e avvelena l'ecosistema.
Gennaro lo nota ogni settimana. Vede popolazioni di pesci cambiare, vede la poseidonia diradarsi in alcuni tratti, nota la scomparsa di specie un tempo comuni. Non è un allarme retorico: è un'osservazione costante, fatta metro dopo metro.
Rimuovere una rete persa significa restituire mobilità a un fondale, permettere alla luce di filtrare, ridurre l'effetto trappola per gli organismi marini. Piccoli gesti che, sommati, cambiano la qualità dell'acqua e la salute di chi ci vive.
Bambini, scuole e nuove abitudini
Le nuove generazioni sono le più presenti. Studenti delle medie e delle superiori, spesso accompagnati dai professori, partecipano con entusiasmo. Per molti è la prima volta che si immergono, anche solo con maschera e boccaglio, in un contesto organizzato.
Questi momenti lasciano il segno. Gennaro racconta di ragazzi che tornano la settimana dopo con amici, di famiglie che chiedono di aggregarsi, di bambini che iniziano a chiedere spiegazioni sugli oggetti trovati e sulla loro provenienza.
Alcune scuole hanno cominciato a inserire il tema della pulizia dei fondali nei progetti annuali di cittadinanza attiva. È diventato un percorso fatto di osservazione, raccolta dati e restituzione pubblica dei materiali recuperati.
Dai porti del Tirreno al resto della costa
Il modello si è espanso. Gruppi simili sono nati a Castellammare, Sorrento, anche in tratti della costa calabrese. Ogni realtà adatta l'iniziativa alle proprie condizioni: profondità, tipologia di rifiuti, disponibilità di volontari. Ma il metodo resta lo stesso, fatto di costanza.
Gennaro spera che nascano sinergie con enti pubblici e imprese locali. Per ora il gruppo copre da solo le spese di benzina per le piccole imbarcazioni e l'acquisto di materiali. La sostenibilità economica resta una fragilità aperta.
C'è poi un desiderio più grande: creare una rete stabile tra le esperienze, scambiarsi dati e buone pratiche, parlare con voce comune alle istituzioni. Una filiera di cittadini attivi che non si limiti a raccogliere, ma che contribuisca a cambiare le politiche locali.
Dal mare alla terra: una sola cura per l'ambiente
L'esperienza racconta una verità più ampia. Ciò che finisce in mare spesso arriva dalla terraferma, attraverso fiumi, scarichi abusivi o incuria urbana. Lavorare solo in acqua non basta: occorre agire anche a monte, nelle case e nelle strade.
Sull'entroterra molte famiglie hanno iniziato a sperimentare pratiche di riduzione dei rifiuti. Tra queste, il compostaggio-domestico-in-appartamento-istruzioni-passo-passo rappresenta un piccolo gesto che contribuisce a sottrarre materia organica dai cassonetti, riducendo ciò che poi può raggiungere il mare.
La cura del mare comincia in cucina, sul balcone, nelle abitudini quotidiane. È una catena in cui ogni anello rafforza gli altri, e in cui la salvaguardia dell'ambiente non conosce divisioni nette tra acqua e terra.
| Tipologia di rifiuto | Frequenza di ritrovamento | Tempo di degradazione stimato | Impatto sulla fauna marina |
|---|---|---|---|
| Bottiglie di plastica | Molto alta | 450 anni | Ingestione, soffocamento |
| Reti da pesca abbandonate | Alta | 600 anni | Intrappolamento di pesci e tartarughe |
| Tappi e chiusure | Alta | 100-400 anni | Microplastiche nella catena alimentare |
| Mozziconi di sigaretta | Media | 10 anni | Contaminazione chimica dei fondali |
| Polistirolo e packaging | Media | 500 anni | Frammentazione in microplastiche |
| Oggetti metallici | Bassa | 50-100 anni | Rischio di ferite e avvelenamento |
Il primo passo è non restare fermi. Scrivici, vieni a conoscere le iniziative del gruppo, partecipa a una delle prossime uscite di pulizia del fondale o segui gli aggiornamenti sulle attività dell'associazione. Ogni gesto contribuisce a restituire al mare un pizzico di quella cura che merita. Se sei pescatore, sub, docente o cittadino sensibile, il porto ti aspetta.